Il lavoro che riconnette: in ricordo di Joanna Macy.

07/26/2025

Elaborare il trauma collettivo: l’eredità di Joanna Macy per chi lavora con le comunità

Come affrontare le ferite invisibili delle comunità quando le crisi si accumulano e si intensificano

In memoria di Joanna Macy (1929-2025)

Il 19 luglio 2025  Joanna Macy ha lasciato questo piano fisico. Eco-filosofa, attivista, studiosa di buddismo e teoria dei sistemi. Per molti di noi che lavoriamo con comunità traumatizzate, la sua scomparsa arriva in un momento particolarmente significativo: mai come oggi il suo lavoro sul trauma collettivo è necessario.

Macy ha lasciato un’eredità pratica: il Work That Reconnects (Il Lavoro che Riconnette), un percorso strutturato in quattro fasi per elaborare collettivamente il dolore – che sia dolore per la crisi ecologica, per un disastro naturale, per la perdita di un modo di vita – e trasformarlo in azione radicata e sostenibile.

È un metodo poco conosciuto in Italia. Chi lo scopre spesso lo trova potente. Questo articolo – scritto poche settimane dopo la sua morte – vuole essere un modo per onorare il suo lavoro portandolo a chi lavora con territori fragili, comunità disperse, contesti dove i traumi si accumulano senza sosta.

Perché Macy ci ha lasciato strumenti. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

L’era della permacrisi: quando i traumi si accumulano

Il momento storico che stiamo vivendo

C’è una parola che circola sempre più: permacrisi. Crisi permanente. Non più eventi traumatici isolati seguiti da periodi di stabilità, ma sovrapposizione continua di crisi che non lasciano tempo per elaborare una prima che arrivi la successiva.

Guardiamo solo gli ultimi anni:

  • Crisi climatica accelerata (eventi estremi sempre più frequenti: alluvioni, siccità, incendi, ondate di calore)
  • Pandemia COVID-19 (2020-2023) e sue code lunghe (trauma sanitario globale, isolamento forzato, perdite)
  • Crisi geopolitiche e conflitti (guerre che generano migrazioni forzate, insicurezza diffusa)
  • Crisi economiche ricorrenti (inflazione, perdita potere d’acquisto, precarietà strutturale)
  • Crisi democratiche (erosione fiducia istituzioni, polarizzazione estrema)
  • Transizioni forzate (deindustrializzazione, spopolamento aree interne, scomparsa modi di vita)

Cosa significa questo per chi lavora con le comunità?

Significa che i territori non hanno più tempo di “riprendersi” da un trauma prima che ne arrivi un altro. Il lutto collettivo non viene elaborato perché bisogna già affrontare la crisi successiva.

Risultato: accumulo di traumi non elaborati che si sedimentano, si sommano, generano:

  • Fatica cronica (“trauma fatigue”)
  • Cinismo diffuso (“tanto poi succede sempre qualcosa”)
  • Perdita di senso di futuro
  • Frammentazione sociale accelerata
  • Difficoltà crescente a fidarsi, collaborare, immaginare insieme

Traumi storici millenari ancora attivi

Ma non ci sono solo i traumi recenti. Macy stessa lo sapeva: esistono traumi collettivi storici – alcuni vecchi di secoli, altri di millenni – che non sono mai stati elaborati e continuano a influenzare il presente.

Esempi:

  • Traumi coloniali: Popoli sottoposti a secoli di dominazione, sfruttamento, negazione identità. Anche quando il colonialismo formale finisce, il trauma resta nel corpo sociale, nelle narrative interiorizzate, nelle gerarchie consolidate.
  • Traumi genocidari: Comunità sopravvissute a genocidi (Shoah, genocidio armeno, Rwanda, popoli indigeni nelle Americhe…). Il trauma si trasmette generazionalmente anche quando i sopravvissuti diretti non ci sono più.
  • Traumi di oppressione sistemica: Razzismo, schiavitù, apartheid. Anche quando le strutture legali cambiano, le tracce nel tessuto sociale restano profonde.
  • Traumi territoriali antichi: Comunità che hanno vissuto terremoti, alluvioni, carestie ricorrenti nei secoli. La memoria collettiva porta il segno di queste catastrofi anche a distanza di generazioni.

Questi traumi millenari non sono “passato”. Sono attivi nel presente. Influenzano:

  • Chi ha voce e chi è silenzioso
  • Chi viene creduto e chi no
  • Chi accede a risorse e chi è escluso
  • Quali narrative dominano e quali sono marginalizzate

La sovrapposizione: Trauma storico + permacrisi

Nei territori fragili spesso si sovrappongono:

  • Trauma storico non elaborato (spopolamento secolare, marginalizzazione, traumi naturali ricorrenti)
  • Trauma recente non elaborato (terremoto, alluvione, chiusura fabbriche)
  • Permacrisi attuale (crisi climatica, economica, demografica che si accumulano)

Questa sovrapposizione genera un carico tremendo sul tessuto sociale. Le persone non hanno più energie per elaborare, per fidarsi, per immaginare futuro.

È qui che il Work That Reconnects diventa non solo utile ma necessario.

Il problema che Macy aveva visto (e che oggi è amplificato)

Il contesto degli anni ’80

Quando Macy sviluppa il Work That Reconnects – siamo negli anni ’80 – lavora con il movimento anti-nucleare e con i primi attivisti ambientali che cominciano a rendersi conto della vastità della crisi ecologica.

Osserva un pattern:

  • Persone che capiscono l’enormità del problema
  • Sperimentano dolore profondo per ciò che sta andando perduto
  • Ma non sanno come stare in quel dolore senza essere paralizzati
  • Risultato: o negazione (“Non ci penso, troppo grande”) o burnout (attivismo frenetico che consuma)

La domanda: Come le persone possono affrontare un dolore collettivo così grande senza essere paralizzate o distrutte?

Oggi: Il problema amplificato

Quello che Macy vedeva negli anni ’80 oggi è esponenzialmente amplificato:

  • Il dolore non è più solo per una crisi (nucleare, ecologica) ma per crisi multiple sovrapposte
  • Non c’è più tempo di elaborare una crisi prima della successiva
  • La scala è globale ma gli impatti sono locali, creando senso di impotenza ancora maggiore
  • L’informazione continua (social media, news 24/7) espone costantemente a traumi altrui oltre ai propri

Risultato: trauma fatigue collettiva. Non solo individui che bruciano ma intere comunità che entrano in modalità sopravvivenza permanente, perdendo capacità di elaborare, immaginare, progettare.

È in questo contesto che il Work That Reconnects diventa strumento ancora più cruciale. Perché offre un metodo strutturato per:

    • Riconoscere il dolore collettivo (nomarlo invece di negarlo)
    • Onorarlo (dargli spazio invece di seppellirlo sotto la crisi successiva)
    • Trasformarlo (invece di restarne schiacciati)
    • Agire in modo sostenibile (invece di bruciare)

Architettura del metodo

Una spirale

Macy insiste su questo: le quattro fasi non sono lineari. È una spirale che si attraversa più volte, a profondità crescente.

Nella permacrisi, questa struttura a spirale diventa ancora più importante: non si “finisce” mai di elaborare perché nuovi traumi arrivano. Ma ogni ciclo della spirale rafforza la capacità di attraversare il successivo.

Le quattro fasi

  1. GRATITUDINE: Ancorarsi in ciò che resta, ciò che è sopravvissuto
  2. ONORARE IL DOLORE: Dare spazio rituale al lutto collettivo
  3. VEDERE CON OCCHI NUOVI: Shift da separazione a interconnessione
  4. ANDARE AVANTI: Azione radicata, non attivismo bruciante

FASE 1: GRATITUDINE

La logica (ancora più cruciale nella permacrisi)

Quando i traumi si accumulano, la tendenza è focalizzarsi solo su ciò che manca, ciò che è andato perduto, ciò che continua ad andare storto. Si perde di vista ciò che resiste, ciò che tiene, ciò che cresce anche nelle crepe.

Prima di affrontare il dolore serve ancorarsi. In cosa? In ciò che c’è ancora.

Nella permacrisi, la gratitudine non è ottimismo ingenuo. È atto di resistenza: riconoscere che anche in mezzo al caos continuo, qualcosa di prezioso resiste.

Pratiche concrete

Cerchi di gratitudine
Il gruppo si siede in cerchio. Ogni persona nomina una cosa per cui è grata, qui, ora, in questo territorio che accumula crisi.

Può essere grande o piccolissima. Può essere una persona che continua a prendersi cura. Può essere un luogo naturale che offre ancora bellezza. Può essere una pratica comunitaria che tiene nonostante tutto. Può essere silenzio.

Mappatura di ciò che resiste
Nella permacrisi, mappare ciò che non è ancora crollato diventa esercizio potente:

  • Quali relazioni tengono nonostante le crisi?
  • Quali pratiche comunitarie continuano?
  • Quali saperi sono custoditi?
  • Quali luoghi offrono ancora rifugio?

Non è negare ciò che è andato perduto. È riconoscere ciò che resiste come fondamenta per ricostruire.

Gratitudine per generazioni precedenti
Riconoscere che siamo qui perché generazioni prima di noi hanno attraversato crisi (guerre, carestie, epidemie, terremoti) e hanno resistito. Questo non risolve le crisi attuali ma ricorda la capacità umana di attraversare.

FASE 2: ONORARE IL DOLORE

La logica (amplificata nella permacrisi)

Nella permacrisi, il dolore si accumula. Non c’è tempo per elaborare una perdita prima che arrivi la successiva. Il rischio è duplice:

  1. Negazione difensiva: “Non posso permettermi di sentire, altrimenti crollo”
  2. Overwhelm: “È troppo, non ce la faccio”

Il dolore collettivo non elaborato non sparisce. Si sedimenta. Diventa:

  • Cinismo (“Tanto poi succede sempre qualcosa”)
  • Rabbia diffusa che esplode in conflitti apparentemente inspiegabili
  • Depressione collettiva, perdita di senso
  • Sintomi fisici (malattie psicosomatiche, dipendenze)

Onorare il dolore significa riconoscere che il lutto collettivo ha diritto di esistere, anche – soprattutto – quando le crisi si accumulano e la cultura dominante dice “vai avanti, non c’è tempo per piangere”.

Pratiche concrete (adattate alla complessità)

Cerchi del dolore a strati
Riconoscere che ci sono dolori multipli sovrapposti:

  • Dolore per trauma recente (alluvione, crisi economica, pandemia)
  • Dolore per trauma storico mai elaborato (spopolamento secolare, perdite generazionali)
  • Dolore per crisi continuative (cambiamento climatico, precarietà strutturale)

Non serve affrontarli tutti insieme. Ma serve nominarli, riconoscere che esistono tutti.

Formato: cerchio dove si può nominare qualsiasi perdita, recente o antica. Il gruppo testimonia senza gerarchizzare (“il tuo dolore è più legittimo del mio”).

Rituali di commemorazione ricorrenti
Nella permacrisi, serve ritualità ricorrente non solo per traumi specifici (anniversario terremoto) ma per il dolore continuo della crisi permanente.

Esempio: rituale mensile o stagionale dove la comunità si ferma, riconosce collettivamente ciò che è andato perduto nell’ultimo periodo, lo onora, poi riprende.

Documentare il dolore accumulato
Raccogliere testimonianze non solo di eventi traumatici singoli ma della fatica dell’accumulo:

  • “Come vivi il fatto che le crisi non finiscono mai?”
  • “Qual è stato il momento in cui hai sentito ‘non ce la faccio più’?”
  • “Cosa ti ha aiutato a non cedere?”

Documentare dice: “La tua fatica è reale. Merita essere riconosciuta.”

Spazi di decompressione continua
Non solo elaborazione dopo un evento ma spazi continuativi dove portare il peso dell’accumulo. Gruppi di mutuo aiuto, cerchi di ascolto mensili, supervisione tra pari per chi lavora con la comunità.

Cosa NON è (importante nella permacrisi)

Non è dire “siamo vittime impotenti”.
Non è restare paralizzati nel dolore.
Non è usare il dolore come scusa per non agire.

È riconoscimento onesto: stiamo attraversando molto. È lecito che sia pesante. Onorarlo ci permette di non esserne schiacciati.

FASE 3: VEDERE CON OCCHI NUOVI

La logica (cruciale nella permacrisi)

Nella permacrisi, la frammentazione sociale si accelera. Ogni gruppo, ogni frazione, ogni generazione sente di essere sola ad affrontare la propria crisi. La competizione per risorse scarse aumenta. La sfiducia reciproca cresce.

Vedere con occhi nuovi significa shift da separazione a interconnessione. Capire che:

  • Le crisi sono sistemiche, non isolate
  • Nessuno è immune
  • La resilienza è collettiva o non è

Questo shift è difficile. Ma è essenziale per non cadere nella trappola della frammentazione competitiva.

Il concetto di interconnessione (applicato alla permacrisi)

Crisi climatica colpisce territorio fragile → giovani emigrano → servizi chiudono → anziani restano isolati → economia locale collassa → territorio si spopola → abbandono accelera degrado ambientale → vulnerabilità a prossima crisi aumenta.

È un sistema. Non puoi risolvere un pezzo ignorando il resto.

Applicato ai traumi storici: Il trauma coloniale di secoli fa non è “passato”. Influenza oggi chi ha accesso a risorse, chi viene ascoltato, quali narrative dominano. Capire questa interconnessione temporale è vedere con occhi nuovi.

Pratiche concrete

Mappa sistemica delle crisi sovrapposte
Visualizzare come crisi diverse si interconnettono e amplificano reciprocamente.

Grande poster: al centro il territorio. Intorno, le varie crisi (climatica, economica, demografica, sanitaria…). Con fili di colori diversi, mostrare come si influenzano.

Esempio: Crisi climatica → siccità → agricoltura in crisi → giovani vanno via → scuola chiude → famiglie restanti vanno via → servizi chiudono → anziani isolati → vulnerabilità a prossima alluvione aumenta.

Emerge la natura sistemica. Non sono crisi separate.

Esercizi di prospettiva intergenerazionale e interculturale
“Guarda questa situazione dagli occhi di…”

  • Una persona di 80 anni (che ha visto molte crisi)
  • Una di 20 anni (che è nata già nella permacrisi)
  • Una che è immigrata qui da paese in guerra
  • Una che se n’è andata ma guarda da lontano

Moltiplicare prospettive rompe la sensazione “solo io soffro così”.

Storie di resistenza sistemica
Raccogliere storie dove comunità hanno attraversato crisi multiple ricorrenti (territori soggetti a terremoti ciclici, aree montane con emigrazioni secolari) e cosa ha permesso di resistere.

Non per dire “vedete, si può fare” (retorica tossica) ma per vedere quali pratiche di resilienza collettiva hanno funzionato.

Riconoscimento dei traumi interconnessi globalmente
Capire che la crisi climatica globale si manifesta localmente qui come alluvione, lì come siccità, altrove come innalzamento mari. Non siamo soli. Siamo parte di un sistema planetario in crisi.

Questo può generare sia senso di impotenza (“troppo grande”) sia senso di appartenenza (“siamo parte di qualcosa più grande, possiamo connetterci con altri che affrontano simile”).

FASE 4: ANDARE AVANTI

La logica (adattata alla permacrisi)

Ora – ancorati (gratitudine per ciò che resiste), dopo aver onorato (dolore accumulato), con visione sistemica (crisi interconnesse) – si può agire.

Ma nella permacrisi, l’azione deve essere strutturalmente diversa.

Azione sostenibile nella permacrisi

Attivismo bruciante (insostenibile):

  • Reagire freneticamente a ogni crisi
  • Esaurire energie su battaglie senza fine
  • Burnout ciclico
  • “Devo salvare tutto, tutti, subito”

Questo nella permacrisi porta a collasso certo.

Azione radicata (sostenibile):

  • Scegliere dove investire energie (non si può tutto)
  • Ritmo sostenibile nel lungo periodo
  • Cura di chi agisce (altrimenti si spezza)
  • Azione collettiva (non eroi solitari)
  • Accettazione che non si risolve tutto (umiltà realistica)

Pratiche concrete (per permacrisi)

Identificare il contributo sostenibile
Non “devo risolvere tutte le crisi” ma “dove posso fare differenza concreta, qui, ora, in modo che regga nel tempo?”.

Domanda: “Qual è il mio contributo che posso mantenere anche quando arriva la prossima crisi?”

Micro-azioni resilienti
Piccole azioni che:

  • Attivano relazioni (capitale sociale = infrastruttura di resilienza)
  • Sono adattabili (se cambia contesto, si adattano invece di crollare)
  • Sono modulari (possono essere sospese e riprese)
  • Nutrono chi le fa (non consumano)

Esempi:

  • Cerchio mensile di condivisione (si adatta a qualsiasi crisi)
  • Rete di mutuo aiuto per emergenze (funziona per ogni tipo di crisi)
  • Banca del tempo locale (scambia risorse senza denaro, resiliente a crisi economiche)
  • Mappatura continua asset e relazioni (aggiornata, base per ogni azione)

Coalizioni ampie
Nella permacrisi, nessuno può farcela da solo. Serve costruire alleanze larghe, anche con chi non condivide tutto ma condivide alcuni obiettivi.

Celebrare la resistenza
Non aspettare “vittoria finale” (che nella permacrisi non esiste). Celebrare il fatto stesso di resistere, di continuare a prendersi cura, di mantenere connessioni.

Auto-cura strutturale (non opzionale)
Nella permacrisi, prendersi cura di chi agisce non è lusso. È condizione di sostenibilità.

Pratiche:

  • Supervisione continua tra pari
  • Ritmi di azione/pausa ciclici
  • Riconoscere limiti (è ok dire “non ce la faccio, serve aiuto”)
  • Rotazione ruoli (non gravare sempre sulle stesse persone)

Accettare i limiti
Forse la pratica più radicale: accettare che non si risolve tutto. Non si ferma la crisi climatica globale da un piccolo territorio. Non si inverte lo spopolamento in un anno.

Ma si può:

  • Prendersi cura di chi c’è
  • Mantenere vive connessioni
  • Custodire saperi
  • Piantare semi che forse germineranno tra decenni

Questa accettazione non è rassegnazione. È realismo che permette azione sostenibile invece di burnout.

Trauma storico e trauma recente: Lavorare su strati

La complessità dei traumi sovrapposti

Nei territori fragili, il Work That Reconnects deve spesso lavorare su strati temporali diversi:

Trauma millenario/secolare
Esempio: Comunità indigene con trauma coloniale ancora attivo. Comunità con memoria di persecuzioni storiche. Territori con ricorrenza sismica secolare nella memoria collettiva.

Questo richiede:

  • Riconoscimento esplicito che il trauma storico è ancora attivo (non è “passato superato”)
  • Onoranza di ciò che è stato perso generazioni fa ma influenza ancora oggi
  • Lavoro su narrative interiorizzate (“siamo destinati a soffrire”, “non possiamo fidarci”)

Trauma recente non elaborato
Terremoto di 10-20 anni fa. Crisi economica di 15 anni fa. Ancora molto presente ma mai elaborato collettivamente.

Permacrisi attuale
Crisi che si accumulano ora.

Il Work That Reconnects può lavorare su tutti gli strati, ma serve consapevolezza che sono intrecciati.

Esempio pratico:

Azione: Spezzare pattern ripetitivi (se per generazioni abbiamo reagito così a crisi, cosa possiamo fare diversamente?)

Gratitudine: Riconoscere resilienza che attraversa generazioni

Dolore: Onorare sia dolore antico che recente che presente

Occhi nuovi: Vedere come traumi storici e attuali sono interconnessi

Applicazioni: Dove e come nella permacrisi

Territori multi-traumatizzati

Territori che sommano:

  • Trauma naturale storico (terremoti, alluvioni ricorrenti)
  • Trauma economico (deindustrializzazione, spopolamento)
  • Crisi climatica attuale (eventi estremi intensificati)
  • Crisi demografica (invecchiamento, perdita giovani)

Il Work That Reconnects offre struttura per affrontare questa complessità senza esserne sopraffatti.

Comunità in transizione forzata

Comunità che devono abbandonare modi di vita (es. economia fossile che deve finire per crisi climatica; aree montane che si spopolano strutturalmente).

Servono tutte e 4 le fasi:

  • Gratitudine per ciò che il modo di vita passato ha dato
  • Dolore per ciò che si perde
  • Visione di interconnessione (non siamo soli, è transizione globale)
  • Azione per costruire alternative sostenibili

Gruppi che lavorano su crisi globali

Attivisti climatici, operatori umanitari, chi lavora con rifugiati. Esposti continuamente a trauma altrui oltre al proprio.

Il Work That Reconnects previene burnout creando spazi strutturati di elaborazione invece di accumulo..

L’eredità nell’era della permacrisi

Joanna Macy ci ha lasciato strumenti in un momento in cui ne abbiamo un bisogno disperato.

Cosa significa il suo lavoro oggi?

Significa che:

  • Il dolore collettivo può essere attraversato, anche quando si accumula
  • La gratitudine non è negazione, è ancoraggio necessario
  • La visione di interconnessione può contrastare frammentazione, anche nella competizione per risorse scarse
  • L’azione radicata può essere sostenibile, anche nella permacrisi

Non sono illusioni. Sono pratiche testate su migliaia di gruppi in cinquant’anni.

Risorse per approfondire

Testi:

  • Macy, J. & Johnstone, C. (2012). Speranza attiva: Come affrontare il caos in cui viviamo senza impazzire. [Edizione italiana]
  • Macy, J. & Brown, M. (2014). Coming Back to Life: The Updated Guide to the Work That Reconnects. New Society Publishers.
    [Manuale completo con esercizi dettagliati – solo in inglese]

Rete: workthatreconnects.org

Conclusione: Strumenti per tempi sfidanti

Viviamo l’era della permacrisi. I traumi si accumulano, recenti, storici, millenari. Non elaborarli non è opzione: porta a collasso individuale e collettivo.

Il Work That Reconnects offre percorso per attraversare. Non risolve le crisi. Ma dà capacità di resistere senza spezzarsi.

Per chi lavora con comunità fragili, in territori multi-traumatizzati, con persone esauste dall’accumulo continuo: questo metodo è dono prezioso.

Grazie, Joanna. Il tuo lavoro è più necessario che mai.